Processo a Garibaldi

13 aprile 2002

L’introduzione

intervento di Raffaele Zocchi

Forse erano veramente presenti gli spiriti di Gennaro Serra di Cassano ed Eleonora Pimentel Fonseca nelle sale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, evocati dall’avvocato Gerardo Maratta nel suo intervento al convegno “Il ruolo del Mezzogiorno nel processo d’unificazione dell’Italia: luci ed ombre” organizzato dal Lions Club Napoli Svevo e da più 10 club campani in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Ai martiri della rivoluzione napoletana del 1799 si può idealmente collegare quel grande movimento di pensiero e d’azione che va sotto il nome di Risorgimento italiano, che portò alla formazione dello Stato unitario nel 1861: essi rappresentavano le migliori intelligenze dell’umanesimo napoletano, nato nel solco dell’illuminismo settecentesco che ebbe in Napoli una delle sue capitali e che fu decapitato dalla feroce repressione borbonica.

Il convegno è stato una riflessione profonda sul significato che il processo d’unificazione ha avuto per il popolo italiano in generale e per quello delle regioni meridionali, in particolare. Una riflessione resa ancora più necessaria in virtù delle molteplici voci che si levano per esprimere dissenso verso l’unità d’Italia e che si traducono in revisionismi della storia, in rivendicazioni di realtà locali, fino al limite di spinte separatiste, soprattutto nelle regioni del Nord.

La Repubblica Italiana, nata oltre sessant’anni orsono nel solco dello Stato unitario del 1861 e consacrata dalla sua Costituzione rappresenta una realtà che non può e non deve essere scalfita; le analisi critiche e le ricostruzioni storiche che rielaborano la storiografia ufficiale sono sicuramente accettabili, a patto che il loro scopo sia quello di riconoscere gli errori del passato per migliorare le condizioni del presente.

Una seconda riflessione riguarda le popolazioni del Mezzogiorno d’Italia: esse, infatti, hanno avuto un ruolo importante nel processo d’unificazione, un ruolo uguale, se non superiore, a quello delle popolazioni del Centro-Nord: basti pensare al sacrificio di vite umane, alla forza lavoro, al contributo intellettuale che esse hanno saputo dare nell’arco dell’intero Risorgimento e nei 150 anni che si sono succeduti.

La terza riflessione è, invece, riferita al mondo della scuola, al mondo dei giovani: quale visione, quale interesse hanno i giovani verso il processo d’unificazione d’Italia? Lo vedono come una cosa astratta, pura materia scolastica o lo sentono come cosa viva, come cosa loro, capace di suscitare il loro entusiasmo, la loro passione?

Il Convegno ha risposto pienamente a queste riflessioni. Partendo da un’analisi storiografica del processo d’unificazione e dalle sue implicazioni, quali la riforma agraria e l’industrializzazione mai compiutamente realizzate nel Mezzogiorno, la presenza in esso di un rilevante capitale intellettuale a fronte di un analfabetismo diffuso, i giovani studenti che lo hanno aperto, sono pervenuti ai giorni nostri, passando attraverso i grandi eventi del secolo scorso. A questo punto le loro parole hanno descritto, in maniera efficace e diretta, lo stato di profondo disagio delle nostre giovani generazioni, che assistono alla migrazione dei cervelli, che vedono il Sud abbandonato nelle mani dei briganti, dei mercanti di droga, degli speculatori edilizi, dei corrotti. Ci hanno ricordato che la questione meridionale è ancora una questione nazionale, che l’evasione scolastica e l’abbandono degli studi sono ancora significativi, che il nostro immenso patrimonio naturalistico e artistico è in stato di degrado, che esiste una profonda e ramificata collusione tra pubblica amministrazione, organi dello stato e criminalità, in modo da esercitare un controllo totale sul territorio e sulla società.

Ma non sono mancati i segnali di speranza: l’amore per la poesia, rappresentato da sei ragazze che hanno letto altrettanti brani dedicati a località italiane, dalla Sicilia al Piemonte; l’entusiasmo e la voglia di rinascita che i ragazzi hanno manifestato richiamandosi a quello che altri giovani in altri tempi avevano espresso dal 1848 al 1968.

Questa vivace apertura ha, in un certo senso, costretto gli autorevoli relatori, a confrontarsi con le questioni poste, cosa che essi hanno brillantemente fatto, inquadrandole in tutto il processo storico e sociale iniziato alla fine del Settecento e non ancora concluso. Gli interventi del professor Aldo Masullo, del senatore Valerio Zanone e dell’avvocato Gerardo Marotta hanno delineato un quadro completo ed esaustivo di un tema che è appassionante e vivo nelle coscienze di tutti gli italiani.

                       In definitiva possiamo senz’altro ritenere che la presente pubblicazione assuma un significato che travalica la semplice raccolta degli atti di un pur straordinario convegno, per divenire una monografia autorevole e completa, con la speranza che i futuri lettori, soprattutto i giovani, che ci auguriamo numerosi ed attenti, possano da essa trarre idee, spunti, riflessioni sul nostro essere italiani e sul nostro essere italiani del Sud.   

IL RISORGIMENTO D’ITALIA E’ COMINCIATO A NAPOLI

intervento di Gerardo Marotta

Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

È stata veramente una grande emozione sentire, ascoltare i giovani che hanno portato la loro voce in questa assemblea, quella voce che Adolfo Omodeo sperava che potesse uscire dai giovani. Da quasi quarant’anni ci siamo mossi da Napoli e ci siamo portati nelle città di tutta Europa e specialmente nel Mezzogiorno d’Italia per ravvivare nel cuore dei giovani quella fiamma, quella passione, quel demone per i grandi valori dell’umanità, quell’umanesimo meridionale che è la grande forza che ha costruito tutta la cultura Europea. Dal Mezzogiorno è venuta la fiamma del pensiero e dell’azione.

Quando il grande filosofo Radamer, che veniva ogni anno qui, per circa venticinque anni, diceva Atene è stato un momento luminoso della civiltà, ma tardo rispetto alla civiltà della Magna Grecia, quella Magna Grecia dove Platone, prima di fondare l’accademia di filosofia ad Atene, venne tre volte, qui nel Mezzogiorno d’Italia per imparare la filosofia da Pitagora e da Parmenide. La storia del pensiero filosofico è stata caratterizzata da alterne vicende, però, mentre nel resto del mondo in particolare in Europa, ci sono state delle interruzioni della continuità della filosofia, ci sono stati alcuni momenti in una città o in un’altra città, a Napoli e nel Mezzogiorno il pensiero filosofico è stato continuo, perenne, è stato un grande fatto e ha incarnato l’umanesimo meridionale, quell’umanesimo meridionale che ha dato a tutta l’Europa l’energia per lo sviluppo del pensiero.

Ecco perché i giovani dovrebbero essere orgogliosi di essere nati in questa terra; dobbiamo, però, dire che il nostro lavoro è stato faticoso.

Da quarant’anni siamo andati in tutti i comuni del Mezzogiorno, abbiamo creato centinaia di corsi di formazione con l’aiuto di un grande Presidente del Consiglio, che poi è diventato Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, un grande uomo legato al pensiero del risorgimento e dell’unità d’Italia ed al buon governo.

Per interessare i giovani vorrei dire che noi abbiamo cominciato ad organizzare le manifestazioni per la rivoluzione napoletana del 1799 nel 1980 per cercare di ravvivare e far risorgere quella fiamma, quell’entusiasmo nelle scolaresche del mezzogiorno d’Italia. È stato un momento in cui la scuola si era quasi addormentata, ne è testimonianza un libro “La provincia addormentata” di autore napoletano, che era poi la testimonianza di quello che Benedetto Croce affermava: che sono stati sei secoli di servitù e di anarchia nel Mezzogiorno d’Italia, di oppressione feudale. Allora noi abbiamo voluto ricordare la rivoluzione napoletana del 1799 nella quale alcuni giovani, Eleonora Pimentel Fonseca, Mario Pagano. Domenico Cirillo. Vincenzo Russo hanno alimentato il fuoco di una grande rivoluzione soprattutto morale, intellettuale che fu soffocata nel sangue e che andò a finire molto male perché i lazzaroni giocavano con i teschi di Mario Pagano e di altri patrioti a pallone in mezzo a piazza Mercato. Questa è stata la grande tragedia che ha tolto tutti gli intellettuali da Napoli.

Dice Benedetto Croce che il re di Napoli Ferdinando IV con la sua ferocia decapitò tutta la sua accademia, decapitò non solo i cento impiccati o decapitati in piazza Mercato, ma migliaia di cittadini colti: avvocati, scienziati, poeti, filosofi, ingegneri e medici, tutti catturati, tutti portati nelle isole del Mezzogiorno d’Italia e buttati nelle carceri a concludere i loro giorni nell’umidità e a patire la fame.

In questo palazzo Serra di Cassano si riunirono i nobili napoletani ed il padrone di casa insieme a tutti gli altri disse “nobili napoletani noi che faremo, ci alleeremo al re come hanno fatto i nobili di Francia, oppure ci schiereremo per la filosofia, per la libertà e per la repubblica?” Si alzò allora Carafa, un nobile napoletano dalle fatture gigantesche e disse “Duca Serra di Cassano perché tu fai questa domanda a noi, quando tu hai scritto nell’alto del salone di ingresso”

venturi eri non in memor

noi non perdiamo un momento della nostra vita, non perdiamo un momento per insegnare ai giovani, e questo è un momento grande della storia, perché se è vero che noi giurando oggi per la filosofia per la repubblica e per la libertà saremo tutti processati e mandati a morte, noi lasceremo un grande esempio alle prossime generazioni”. Il duca Serra di Cassano in risposta a Carafa disse “in questo momento mia moglie e tua moglie corrono per Toledo a raccogliere ferro per i cannoni e bende per i feriti”. Carafa rispose ancora” non senti il cannone a S. Martino? Tuo figlio Gennaro Serra di Cassano è corso a cavallo a S. Martino a conquistare il Forte, perché il Generale Championnet ha detto che non sarebbe entrato a Napoli se non avesse visto la bandiera della Repubblica sventolare sugli spalti del Castello, ed allora Nobili Napoletani giuriamo per la Filosofia, per la Libertà e per la Repubblica!”. In quel momento bussarono alla porta, erano i vescovi napoletani, tutti filosofi, dal vescovo Natale al vescovo Della Corte, tutti filosofi e dissero “Signori Nobili signori filosofi, voi permettete a noi vescovi di unirci a voi nel giuramento per la Libertà per la Filosofia e la Repubblica, anche se questo dispiacerà alla Chiesa di Roma che si oppone al risorgimento?” Il risorgimento allora iniziava per merito di questa rivoluzione napoletana e così i vescovi giurarono insieme agli intellettuali ed ai nobili per la Filosofia per la Libertà e la Repubblica.

E noi ci daremo da fare a Napoli e in tutti i Comuni del Mezzogiorno per portare questa fiamma del ricordo e della memoria storica. Rammento che, mentre celebravamo a palazzo reale di Napoli, una telefonata da Parigi da parte da parte del grande storico Vovel, ci diceva “Napoletani del Palazzo Serra di Cassano veniteci in aiuto!”. “Perché dobbiamo venire in vostro aiuto?”” Perché siamo andati dal Presidente Mitterand con i programmi delle celebrazioni della Rivoluzione francese, ed il Presidente ha detto: avete mancato una cosa importante, decisiva. E noi abbiamo risposto, diceva Vovel, “Presidente, abbiamo studiato sino in fondo il problema, non abbiamo trascurato nulla, tutta la rivoluzione francese viene celebrata in questa manifestazione”. “Mi dispiace, disse Mitterand, io non vengo, non interverrò” “Presidente in cosa abbiamo mancato?” “Avete mancato la cosa più sacra nella storia d’Europa, la Rivoluzione Napoletana del 1799!”. Ma, Presidente, la rivoluzione napoletana è del 1799, e noi la celebreremo nel suo anniversario, ora dobbiamo celebrare la rivoluzione francese”. “Ed io non vengo rispose il Presidente, chiamate Napoli e fate venire a Parigi la mostra della rivoluzione del 1799 e fate un grande convegno”. “Presidente ma perché? Forse perché la rivoluzione Napoletana è più grande della rivoluzione francese. La rivoluzione francese ha cambiato il volto dell’Europa, la rivoluzione napoletana è stata sconfitta. “Rispose Mitterand” La rivoluzione francese l’ha fatta la borghesia, che aveva bisogno di libertà di traffico per le sue mercanzie, le sue industrie, le sue manifatture, aveva bisogno di libertà doganali, di una giustizia per tutta la Francia, non di una giustizia baronale, e perciò la rivoluzione francese fu fatta da una classe, quella borghese, che aveva interesse a fare la rivoluzione, ma a Napoli la borghesia non esisteva, non esistevano le manifatture, non esisteva la borghesia imprenditoriale, a Napoli esistevano solo uomini di cultura, filosofi che avevano preso su di sé l’onere di fare la rivoluzione per la libertà! Poi in Francia i vescovi si sono messi col re, a Napoli i vescovi ed i nobili si sono messi con la rivoluzione per amore della filosofia e della libertà! Chiamate Napoli e fate venire qui una mostra del 1799 ed organizzate un grande convegno”. Noi corremmo a Parigi e fummo onorati da Mitterand, che voleva che questa mostra fosse itinerante per tutta la Francia.

Ecco come Napoli è stata onorata ed è stata messa avanti a tutto, perché nel sacrificio degli intellettuali e dei filosofi e dei nobili napoletani c’è un grande significato, un significato che non è entrato ancora nelle coscienze delle popolazioni italiane, come dobbiamo riconoscere che neanche il significato profondo del Risorgimento, che il Senatore Zanone ed il Prof. Masullo, oggi, hanno cercato di far capire e comprendere, non è ancora entrato nelle coscienze delle popolazioni italiane.

Risorgimento che il grande storico tedesco Cole Man, disse che è stato il colpo più grande della Vecchia Europa. Il Risorgimento italiano fatto da uomini di cultura che avevano dentro il demone dell’amor di patria, la fede nel pensiero. Questo è stato il carattere grande e profondo del Risorgimento. La fede nel pensiero, la volontà di fare tutto quello che si doveva fare, senza frapporre indugi, correre per l’Italia ad accendere la fiamma della Libertà.

Così fecero i fratelli Bandiera in Calabria, così fece Carlo Pisacane che sbarcò sulla costa tirrenica per accendere la fiamma, così fecero i patrioti che corsero da Bergamo al Mezzogiorno d’Italia. Ma dov’è il grande pensiero del risorgimento? La risposta l’ha data Elena Croce: sta nei dioscuri Bertrando e Silvio Spaventa, che fondarono le basi filosofiche dello stato unitario. Vorrei che i giovani capissero che cosa significa fare una rivoluzione, voi oggi non siete pronti, noi non siamo pronti per la rivoluzione, eppure la rivoluzione è matura, ma poiché non siamo pronti a farla perché non abbiamo ancora creato le basi teoriche, filosofiche e giuridiche di un nuovo stato, di un nuovo ordine di cose, di un nuovo costume, di un nuovo essere cittadini.

La provincia è ancora addormentata; nonostante tutto quello che abbiamo fatto, c’è ancora tanto da fare, tanti dolori, tante sofferenze hanno ridotto tutto il nostro Paese alla fame.

Lo diceva Omodeo. dopo il fascismo non abbiamo una classe dirigente, il fascismo ha distrutto tutto, ha messo la retorica nella scuola, ma la seria preparazione, gli alti studi giacciono inerti, noi abbiamo bisogno di ricostruire la scuola. E che cosa ha fatto la Repubblica Italiana? La Repubblica Italiana non ha messo al centro l’educazione nelle nuove generazioni, abbiamo perduto molte generazioni nel Mezzogiorno, i giovani soffrono di questa mancanza: lo Stato non è intervenuto per la formazione dei giovani, che è una cosa difficile, articolata.

Si dice che Garibaldi è un eroe, ma questo eroe sapete cosa ha fatto quando è entrato a Napoli? Ha nominato Francesco de Sanctis ministro della pubblica istruzione con l’ordine di riformare l’università di Napoli, di cacciare i professori tutti, perché questi avevano ridotto l’università in un mercantile esamificio.

Nell’università non c’era più un pensiero creativo, non s’imparava niente di nuovo. De Sanctis rinnovò l’università completamente, fece ritornare sulle cattedre gli esuli e gli ergastolani, i grandi eroi del risorgimento, che languivano nelle carceri borboniche. L’università di Napoli che era diventata l’ultima università d’Europa con Garibaldi e De Sanctis ebbe un tale rinnovamento da diventare una delle più grandi università d’Europa.

A Napoli vide la luce in piazza Dante il primo liceo classico: lì fu fondato il Vittorio Emanuele, primo liceo laico d’Italia. Questi fatti, questi entusiasmi devono risorgere.

Gennaro Serra di Cassano è qui in mezzo a voi, è qui tra di noi, insieme ad Eleonora, a Mario Pagano, a Domenico Cirillo, a Vincenzo Russo, ad Emanuele De Deo, nel salotto di fianco ci sono le poltrone dove loro sedevano per parlare della rivoluzione, della libertà e della filosofia, perché è la filosofia che stimola il pensiero, la filosofia è quella che crea i progetti, i programmi del futuro. La filosofia è quella che avvia l’umano pensiero verso un avvenire vero.

Uscite dalle famiglie, le famiglie vi fermano, le mamme che indicano ai figli le scorciatoie della politica per un guadagno facile non vanno ascoltate. I veri giovani studiano ed approfondiscono, impugnano la filosofia e la strada del dovere.

Abbiamo gettato semi importanti per i giovani; certo molti giovani non ci seguono, vivono una vita effimera, ma i giovani volenterosi ci sono, ed io spero che tra voi ci sia una Eleonora o un Mario Pagano o un Cirillo, tra voi tutti uno solo, anche in uno solo io spero.

L’ENTUSIASMO DEI GIOVANI E IL PROCESSO D’UNIFICAZIONE

intervento di Aldo Masullo

professore emerito di filosofia teoretica

Oggi siamo qui per parlare del problema dell’Unità d’Italia visto da questa singolare città e dalla sua grande cultura che è Napoli. Credo che la prima osservazione che va fatta e va fatta tanto più in quanto questo nostro incontro è, per così dire, inaugurato dalla presenza e dall’intervento di giovani studenti è che questa celebrazione del terzo cinquantenario della Dichiarazione del Regno d’Italia – e sottolineo con qualche ironia quest’espressione, che, però, è l’espressione ufficiale (la storia è carica di ironia) – iniziata con qualche esitazione, difficoltà, diffidenza e quasi con una burocratica normalità, viceversa, è venuta via via trascinando, soprattutto in quanto è stata coinvolta la scuola e sono stati trascinati i giovani. Questo è il punto: probabilmente, se la scuola non fosse stata protagonista di questa nostra celebrazione, la cosa sarebbe andata meno entusiasticamente.

Invece la scuola s’identifica con i giovani ed i giovani, naturalmente, hanno fatto un poco da materiale incendiario, per cui alla fine, non soltanto loro, ma anche noi, uomini quasi centenari, ci siamo entusiasmati. L’entusiasmo non è, in genere, non è una virtù dei vecchi, l’entusiasmo è una virtù dei giovani ed è una virtù che è, al tempo stesso, un vizio, perché l’entusiasmo è, in qualche modo, la rottura degli argini strettamente critici, è lasciarsi prendere dalla fiammata. I vecchi, normalmente, sono orgogliosi di questo non lasciarsi prendere, ma questa volta ci siamo lasciati prendere, questa volta siamo anche noi coinvolti e siamo grati ai giovani che ci hanno provocato su questa strada.

La centralità dei giovani, oggi, è un’osservazione che si trova facilmente a farsi: come i nostri giovani si sono infiammati dinnanzi alla celebrazione dell’Unità d’Italia, di cui non sapevano assolutamente nulla. Anche questo va detto: che cosa sapevano i giovani dell’unità? Avranno letto alcune cose, cose labili, lontane dai loro interessi, eppure si sono infiammati. Questo ci segnala un’altra dimensione, molto importante, di questa avventura che stiamo vivendo, che la Storia non è mai quella fatta, la Storia è quella che si va facendo e, se un vizio dobbiamo rilevare della nostra età, di questo periodo grigio della nostra vita civile, sociale e nazionale, è che abbiamo assistito come ad un rallentamento della Storia, come se la Storia si fosse quasi fermata, mentre altrove la Storia andava avanti. Oggi la presenza di questa fiammata giovanile, di questo interesse giovanile è, in un certo senso, l’avvertimento che, per quanto possa rallentare il passo, la locomotiva della Storia, anche in un Paese accidentato, come si trova ad essere oggi il nostro, non si ferma mai e la locomotiva, nonostante tutto, riprende a camminare.

Il combustibile che dà l’energia a questa locomotiva sono i giovani, i quali sanno ben poco della storia passata, ma, ad un certo punto hanno improvvisamente capito che, se la storia passata è quella da cui noi proveniamo, non ci si può fermare sul bordo del presente aspettando che avvenga qualche cosa, ma bisogna darsi da fare per andare di là dal bordo del presente, bisogna darsi da fare per costruire il nostro futuro, perché, se il nostro futuro non lo costruiamo noi, non ce lo costruisce nessuno o, magari qualcuno ce lo costruirà, ma nel suo interesse e non nel nostro interesse. Questa mi pare una prima considerazione che va fatta e che lega in una maniera profonda, intrinseca, la pura e semplice cerimonialità della celebrazione alla sostanza del fervore, dell’attenzione, dell’entusiasmo che si è sprigionato in quest’occasione. La scuola: noi sappiamo che, se c’è un’istituzione che nel nostro tempo è stata profondamente offesa nelle sue possibilità di vita, è stata, per così dire, costretta al disordine, addirittura alla penuria estrema, questa è la scuola; d’altra parte quello che sta succedendo dimostra agli insensibili che è invece proprio nella scuola che sta la possibilità della salvezza, dove ci sono i giovani, che, ancora ignari delle malefatte altrui o di quelle che si potrebbero fare, guardano al futuro per il momento con trepidazione, indifferenza, ma poi, via via, con curiosità, apprensione e, in qualche modo, passione. Un crescendo rapidissimo; in questi mesi ho vissuto moltissimo in mezzo ai giovani ed ho visto giorno per giorno, delle trasformazioni impensabili.

Questi che sembravano, alcuni mesi fa ancora, indifferenti alle vicende politiche, alle vicende civili, sordi ai problemi della vita reale, coccolati e, quindi, viziati non per demerito loro, posti di fronte alla vita come parassiti perché ci sono altri che ci pensano, nel momento in cui si pone sul tappeto la questione dell’unità d’Italia, nel momento in cui si pone sul tappeto il problema “Da dove veniamo? Come siamo diventati quello che siamo oggi?”, a questo punto i giovani si risvegliano dalla propria disaffezione, acquistano curiosità, capiscono che ci si trova di fronte a delle decisioni. Nella storia non si può mai rinunciare a decidere, perché, se non decidiamo noi, decidono altri o, comunque, decidono le cose.

Questo mi pare il primo punto ed anche quando, come nel caso di questa sera, il problema è quello della funzione del Mezzogiorno nell’unificazione italiana, una considerazione analoga a quella appena fatta viene a proposito. L’Italia Meridionale, Napoli, fa parte o non fa parte della Nazione italiana? E quando dico questo lo dico perché va sempre tenuta presente la verità della Nazione. Che cosa significa Nazione? Nazione viene dal latino natio. Nascor è la nascita, quindi la Nazione da un punto di vista primordiale è l’appartenenza ad un ceppo comune ad altri ceppi, tant’è vero che i latini talvolta adoperavano il termine natio anche a proposito di razze di animali; una bella razza di cavalli: natio equitum.

Quindi questo è il concetto naturale di Nazione, che se mai ha avuto un significato, oggi certamente non ne ha più, perché oggi si è Nazione se si appartiene ad una comune maniera di essere sensibili alla realtà che ci circonda. Essere appartenenti ad una nazione significa essere appartenenti ad un modo di convivere; il modo di convivere è la civiltà, il modo di convivere è il senso della cittadinanza, il modo di convivere è il senso del rispetto delle leggi, il modo di convivere è l’espressione della mia appartenenza non ad una corrente di sangue, ma ad una collettività di persone che hanno liberamente scelto di stare insieme.

Ciò che caratterizza la modernità è che mentre un tempo, prima di Giordano Bruno, si riteneva che il mondo fosse tutto già fatto e che quindi all’individuo non restava che adeguarsi o non adeguarsi, essere buono od essere cattivo rispetto alle strutture date in eterno al mondo, la modernità ha superato questa concezione. Noi napoletani siamo orgogliosissimi di avere due pensatori che non sono filosofi nel senso comune della parola: filosofo è colui che è capace di rovesciare il mondo messo sottosopra e di rimetterlo in piedi. Quest’espressione non è mia, ma di Giordano Bruno, il quale in un suo dialogo, quando gli si chiede “ma come tu vorresti addirittura rovesciare il mondo?” risponde “perché, sarebbe male uno che volesse rimettere in piedi il mondo rovesciato?” Il senso profondo della rivoluzione è riportare un giro al punto da cui è partito e da cui è venuto via via decadendo, per farlo risalire al punto massimo.

Croce giustamente diceva: “Però, se fosse così, si starebbe sempre allo stesso punto” ed allora inventò l’altra metafora della spirale: si ritorna, da un punto di vista planimetrico, sempre allo stesso punto, viceversa, da un punto di vista altimetrico, ci si eleva. Ed i giovani, quando si accorgono di questo, provano un’emozione profonda. Citando Giordano Bruno ho parlato di due grandi pensatori, intendendo dire due pensatori veri, autentici, che non hanno rubato il proprio pensiero a nessuno, che non hanno plagiato nessuno, che non hanno conquistato cattedre universitarie attraverso riscribacchiature altrui. Pensatore è colui che cambia il mondo, perché senza le grandi idee il mondo non si cambia. Le cose cambiano nel senso che gli edifici crollano: ma, avete mai visto delle pietre che si costruiscono? Le pietre cadono, da sé. Aristotele dice molto bene che il cambiamento è ekstaticòn, come il terremoto, che ci toglie il terreno da sotto i piedi. I processi, le malattie, i vulcani, i maremoti: avete mai visto le cose del mondo costruirsi per virtù del cambiamento? La virtù del cambiamento è soltanto dell’uomo, ma non dell’uomo solo: perché io solo, potrei essere pure un genio, ma siccome la potenzialità non si sviluppa se non nella relazione, senza la relazione non imparerei la logica, senza la relazione non imparerei il linguaggio, non imparerei a calcolare, non imparerei a capire i bisogni collettivi. Io da solo sarei una povera cosa.

Ritorniamo al Mezzogiorno e l’Unità. Noi ricorriamo a questa parola, che a me non piace. La parola Unità indica qualche cosa di fatto o, se non un fatto, di eterno. L’Unità non è né eterna, né un fatto, perché se fosse fatto, che cosa c’importerebbe? L’Unità c’importa come tema, l’unità c’importa come progetto, l’unità c’importa come sfida della realtà che ci pone. L’altro grande, il secondo pensatore, napoletano di nascita, è Gian Battista Vico, il quale, in una bellissima pagina del De Iure, dice che la società, il diritto, l’ordine sociale non nascono né per una necessità metafisica, come magari avrebbe voluto Spinoza, né per una pura e semplice combinazione di elementi empirici, come avrebbe voluto, ad esempio, Hobbes. Viceversa, gli ordini nascono come espressione della risposta che gli uomini danno alle occasioni, alle provocazioni della realtà, alle circostanze. La libertà è una cosa astratta, ma, in concreto, io sono un uomo libero a seconda di come riesco o non riesco a rispondere alle provocazioni della realtà, e questo è vero anche per i popoli. Perché alcuni popoli hanno una cultura ed altri ne hanno un’altra? Alcuni sono stati costretti a rispondere a certe sfide ambientali, altri ad altre sfide ambientali e così ciascuno ha sviluppato una sua libertà.

Il Mezzogiorno d’Italia oggi è motivo di molti lamenti a proposito dell’unità, che poi più precisamente si può definire “processo d’unificazione”. I giovani sanno che non è data l’unità: c’è un certo grado d’unificazione, che non è mai unificazione assoluta. Non parliamo, poi, del fatto che oggi vi siano addirittura gruppi, partiti nel nostro Stato, i quali parlano della secessione, della divisione dell’Italia e stanno pure al governo. Il governo dell’Italia unita è costituito anche da partiti che propugnano la disunificazione dell’Italia. Ma queste sono barzellette, magari un po’ pericolose, ma barzellette. Possono farci incespicare, ma non ci fanno certamente deviare dalla nostra rotta. Ma quello che, viceversa, è importante è che questo processo d’unificazione è un processo e, quindi, non è tutto compiuto, ma in via di compiersi, altrimenti sarebbe morto e sepolto. Solo i morti non sono più in via di processo: in fondo, la morte è l’uscire dalla Storia. Il problema di uno Stato unitario come il nostro non è un problema morto, è un problema vivo, e questo i giovani lo sentono. L’entusiasmo dei giovani sta nel fatto di scoprire che ci si trova non di fronte a delle tavole appese al muro, per pura e semplice contemplazione dei pochi che se ne possono interessare per amore dell’arte, ma che, viceversa, l’unificazione è qualche cosa da fare, è un compito, un impegno, stimola la volontà, provoca la libertà e perciò s’infiammano. Magari non riescono a dirlo, ma loro lo sentono e ancora una volta devo citare Vico, perché Vico ci ha insegnato che il pensiero nasce dal sentire, senza il sentire primario, senza la fantasia non ci sarebbe neppure poi il pensiero logico, le categorie e tutto quello che segue. E così come il pensiero nasce dal sentire, il pensiero deve riportare al sentire. L’entusiasmo non è quello di colui che mangia un pacchetto di caramelle che qualcuno gli ha regalato; l’entusiasmo è quello di chi si trova a capire qualcosa che prima non aveva capito e che da questa comprensione intellettuale, sia pure elementare, si sente infiammato, perché capisce che si tratta della sua vita, capisce che ciò che pensa non rimane solo nella testa, perché la testa di un decapitato non è più una testa.

La testa c’è perché guida il corpo, dirige il corpo e, intanto può dirigerlo perché questo l’alimenta: questo è il vero senso della vita. La vera crisi del nostro tempo è la perdita del senso della vita, è l’alienazione, è perdere noi stessi. Noi parliamo nei riti televisivi, nei battibecchi, dove non si discute più di politica, ma ci si offende reciprocamente, e questo fa divertire, fa ridere. E quando la politica fa ridere, allora veramente siamo vicini alla tragedia. I giovani questo lo capiscono. Ma, il Mezzogiorno, come venne, come entrò nel processo d’unificazione? Ma il Mezzogiorno non entrò nel processo d’unificazione. Il processo d’unificazione nacque, perlomeno per alcune delle sue parti maggiori, proprio nel Mezzogiorno, perché è nel Mezzogiorno che si esercitò in Italia un primo grande esempio d’assolutismo illuminato, che fu tipico del Settecento. Il Settecento è l’epoca in cui lo sviluppo della cultura nuova, della cultura critica, della cultura illuministica viene, per così dire, fermato dal sistema dei sovrani, che capiscono che devono fare le riforme. C’è una celebre espressione di Giuseppe II, il grande imperatore riformatore, il quale disse “tutto bisogna riformare per il popolo, ma non attraverso il popolo”. Il principio è che bisogna migliorare le condizioni delle persone, ma le dobbiamo migliorare noi, perché in questo modo regaliamo qualche cosa agli altri e gli altri ci debbono essere grati, debbono essere devoti a noi e non si rendono conto che quello di cui l’uomo ha bisogno non è tanto il vantaggio materiale, che pure è necessario, ma è soprattutto la dignità di sentirsi uomini liberi. Ricordo di avere letto che durante la rivoluzione napoletana del 1799 ci fu anche qualche lazzarone che partecipò alla rivoluzione: Michele ‘o pazzo, il quale era un pescatore, ma di grande intelligenza. Forse aveva mangiato molto pesce e quindi molto fosforo aveva alimentato le sue cellule cerebrali. Ai compagni che gli chiedevano” Ma che d’è sta rivoluzione? A nuie che ce ne vene? Qual è il nostro interesse? ” Michele ‘o pazzo dice ” Ma vuie penzate che ‘nfin”a mmo nuie simmo state chiammate: tu viene, fà e nuie avimm’avuto chiammà a lloro Signuria. Mo, invece sarimmo tutte quante chiammate ugualmente cittadine“. Io preferisco essere povero, ma preferisco non essere sottomesso nella mia dignità al tuo arbitrio. Questo è il fermento della libertà e questo nasce nel Mezzogiorno.

Poi la rivoluzione del 1799 è finita male: ma questa rivoluzione, com’era nata? In effetti era nata come filiazione della rivoluzione francese. Ci troviamo di fronte all’esplodere di quella che è la contraddizione della cultura del settecento: da una parte la cultura illuministica, la quale introduce l’elemento della libertà, dell’eguaglianza e dall’altra parte l’organizzazione dello Stato, che è ancora quella del sovrano, con tutti i suoi scherani, i suoi cortigiani. I sovrani intelligenti, illuminati pensano di essere loro a fare le riforme, impossessandosi di quello che può in qualche modo essere utile a tacitare il popolo, purché però, i popoli stiano buoni. Ma quel seme che veniva dall’Illuminismo si trasforma, nel 1789, nella rivoluzione francese, con tutto quello che segue. Libertà, Eguaglianza, Fraternità: ecco, il concetto di Fraternità è un concetto particolare nella stessa storia della rivoluzione francese.

Ma questa poi, come finisce? Finisce con la dittatura, finisce con Napoleone, il quale, per costruire l’impero francese porta e semina in tutta Europa i segni della nuova visione della realtà, i segni della rivoluzione: un dittatore che porta con sé il segno della rivoluzione. E’ una contraddizione, che si consuma con le tragedie con cui la grande impresa napoleonica si risolve. Ma a Napoli, non dimentichiamolo, il ’99 uccise tutti i capi della rivoluzione. Chi fece la rivoluzione del ’99? Alcuni saggi, maturi, di una certa età, ma anche molti giovani e il figlio del proprietario dell’epoca di questo palazzo, il principe Serra di Cassano ci rimise la testa. Vedete come le cose ritornano, noi siamo nel luogo in cui sicuramente partecipò a qualche ballo dell’epoca questo bellissimo giovane, studioso, che, innamorato degli ideali della rivoluzione, a venti anni finisce a piazza del Mercato, decapitato.

Ma qual è il significato di questi eventi? E’ che ormai i semi c’erano, a Napoli, e, quando ritorna una visione dello Stato di tipo francese, il famoso periodo murattiano, quel periodo nel quale Napoli ebbe una serie di trasformazioni dal punto di vista della struttura civile, del catasto, eccetera, che aprì la strada ad una visione moderna, quella che era stata bloccata temporaneamente dalle stragi di piazza Mercato, ma che aveva, tutto sommato, continuato a camminare. Una notazione è anche importante: il Nord che faceva? Anche il Nord ha partecipato alla rivoluzione. Anzi la rivoluzione che porta alla costituzione dell’Unità d’Italia è una rivoluzione che, anch’essa, come tutte le rivoluzioni, porta dentro di sé le sue grandi contraddizioni. Le grandi contraddizioni quali sono? Il Mezzogiorno d’Italia era fervido d’ideali, era fervido di questi grandi principi di derivazione illuministica, ma il Nord d’Italia aveva iniziato ad imparare che la società si costruisce attraverso lo sviluppo economico. Dette alla testa napoletana il corpo del Nord Italia. Spesso si dice che al tempo dei Borbone vi erano tante cose buone, ed è vero: Napoli era una delle città più industrializzate d’Europa. Il fatto è che tutta l’industria napoletana, di notevole valore qualitativo, era un’industria di Stato; noi meridionali abbiamo avuto la disgrazia di avere l’IRI più un secolo prima. L’IRI è stata la grande impresa statale che dopo la prima guerra mondiale e poi dopo la seconda ha messo in piedi le industrie disastrate ed ha costituito da noi, nel Mezzogiorno, l’unico vero asse di produzione industriale. L’unico, perché unico era stato da noi, gloriosissimo, l’asse di produzione industriale dagli ultimi decenni del Settecento e nei primi decenni del Novecento. La produzione industriale era del sovrano, dai cantieri dalle seterie di S. Leucio, alle miniere, alle industrie meccaniche e metallurgiche: le locomotive prodotte, erano grandi, ma erano, si può dire, come organismi allevati in batteria. La presenza di queste iniziative industriali era sotto l’ala protettiva dello Stato, e quindi fuori d’ogni concorrenza, con due effetti negativi: il primo era quello di non stare sul mercato. I nostri prodotti, magari erano migliori di altri, ma costavano di più; il secondo era quello di non stimolare la nascita di una borghesia imprenditoriale. A Napoli, da sempre, noi siamo tutti professori, avvocati, ingegneri, medici, ci sono pochi, in proporzione, imprenditori. Benedetto Croce, nel suo libro”La Storia del Regno di Napoli” ricorda la venuta a Napoli, nell’Ottocento, di un giornalista svizzero, il quale scrive poi sul suo giornale “Napoli è una bella città, molto attiva. La cosa strana è che a Napoli sono tutti intellettuali, a Napoli non ci sta un imprenditore, non ci sono industriali, è una società sproporzionata, è come un organismo che avesse una testa enorme ed un corpo piccolo: non può vivere, sarebbe meglio che la testa fosse un po’ più piccola ed il corpo un po’ più grande”. Allora quando il Mezzogiorno entra nella vicenda del Risorgimento, la prima cosa che succede qual è? Che arriva Garibaldi in Sicilia e sgomina tutto. Perché la società siciliana era disfatta, perché i contadini erano mortificati, perché i proprietari terrieri stupidi pensavano solo a sfruttare i contadini. Quelli intelligenti avrebbero dovuto fare una riforma agraria, trasformare il proprio feudo in forme industriali moderne, come intanto facevano i nobili toscani proprietari terrieri. Oggi ancora beviamo il vino del barone Ricasoli, il quale fu intelligente, perché, in pieno Settecento, invece di andare a divertirsi con i soldi che gli venivano pagati dagli affittuari del fondo, pensò bene di trasformare la sua attività agricola in forma industriale e cominciare a competere sui mercati europei.

Economia e cultura, questo è il grande tema. La nostra sventura è che noi non possiamo né sviluppare cultura né sviluppare economia, perché le due o si sviluppano insieme o non si sviluppa nessuna delle due.

Il Mezzogiorno d’Italia aveva sviluppato a quei tempi molta cultura e poca economia. Alcuni dicono che le banche del Sud erano piene e quelle del Nord si succhiarono questa ricchezza: è vero, ma significa appunto questo, che i soldi giacevano nelle banche invece di essere impiegati.

Allora, quando davanti a questi giovani si pongono questi problemi, che non sono retorici, non sono raccontini dei libri di testo ma sono la dipintura critica della realtà in cui siamo vissuti, che ha in sé gli stessi caratteri delle realtà nella quale viviamo, economia e cultura sono inseparabili, i ragazzi capiscono che qui non si parla d’altro, si parla di noi, si parla di loro e a questo punto diventano attenti, riflessivi, critici come hanno dimostrato i giovani che hanno prima parlato e, soprattutto, si entusiasmano e incendiano finalmente la piazza.