Cultura e potere

8 marzo 2014

Duemila anni dopo

Il titolo dell’opera di Plutarco è emblematico ma da interpretare. Non si traduce “ad un principe incolto” come nella versione bizantina di Massimo Planude del 1296 tra i “Moralia” (in greco stira) da cui Leopardi trasse poi il titolo per le sue “Operette morali”. Il mondo greco non conosceva il “princeps” peculiare del mondo latino. Quell’espressione fa venire subito alla mente il postulato “princeps legibus solutus” che la dice alla grande sul concetto di principe nel mondo latino. Nessuno nel mondo greco omerico, della classicità o ellenistico, della “ellenikè koinè”, chiamava in tal modo l’erede al trono oppure il sovrano o colui che avesse il comando della polis. Infatti l’espressione plutarchiana si riferisce con precisione all’egemone, a colui che comanda o governa (o governerà) un popolo in un certo momento storico. Per detto autore ” il governante è l’esecutore di una legge superiore che sta dentro, ma anche al di sopra di lui. Egli è un ministro degli dei addetto alla cura ed al benessere degli uomini attraverso il quale la divinità dispensa e protegge quanto vi è di bello e di buono”. L’espressione apàideuton non sta solo per ignorante o incolto, ma anche per “rozzo, ottuso, maleducato, grossolano, volgare”. Telemaco, nella versione greca non è chiamato “principe” pur essendo il figlio di Ulisse ed erede al trono. Di quel trono che in quell’epoca non era d’oro o onusto d’oro come sarebbe di regola diventato nei secoli e nei millenni successivi. Infatti il porcaro Eumeo descrive in questo modo le ricchezze di Ulisse-Odisseo (canto XIV): “Dodici mandrie nel continente e altrettante greggi di pecore, tanti branchi di porci, altri vasti di capre gli pascolano pastori assoldali di sua proprietà. Qui vaste greggi di capre pascolano, undici in tutto,…” Non sono certo ricchezze da mille e una notte. L’egemone dei tempi antichissimi (secolo XIV_XIII a .C.), come si lii nvn dal lineare “B”, era il “wanax” e subito al di sotto, per alcuni ¡nitori, vi era il “iawagetas”. Poi, in età postarcaica, nel periodo palaziale arrivò il “basileus”. E nella classicità il demagogo, l’egemone, l’arconte, il tiranno. Solo Sparta aveva conservato tra le poleis il sistema del re (doppio), per le altre il Basileus era una forma di governo arcaica. L’assunto di Plutarco, vanto della cultura universale, è che “le persone incolte o ineducate quando la buona sorte le porta in alto elargendo lama e ricchezza subito sono afferrate dalla vertigine del potere e cominciano a precipitare”. Quando il potere degenera ciò è dovuto alla stoltezza (in “Democrazia, monarchia, oligarchia”.) Insomma sembra che faccia un’equazione ignoranza cattivo governo, cultura buon governo. Ma è vero quanto si deduce dalle parole dell’autore e dalle sue opere? Bisogna anche ragionare nel senso che i termini non hanno lo stesso significato allora ed ora. Ad esempio il “turannos” dell’Eliade nell’età classica non è il tiranno uomo feroce, ma spesso persona amabile e sapiente. Non per niente Pittaco tiranno di Lesbo e Mitilene ai tempi di Saffo (VI secolo a.C) era persona tollerante e saggia. Infatti tra i sette saggi dell’Eliade sono quasi sempre nominati Pittaco e Cleobulo a sua volta tiranno di Lindo (VI secolo a.c.) famoso per poesie, motti ed enigmi Ma era, è, sarà vero, col massimo rispetto per il pensiero dell’autore, l’assunto che solo l’incolto è cattivo egemone? I Foscolo nell'”Ortis” definiva Plutarco divino e per Leopardi era “il più filosofo di tutti i filosofi greci che non erano così sottili”. Geer Getz, cioè Erasmo da Rotterdam poneva le sue opere, per importanza, al terzo posto dopo la Bibbia ed i Vangeli. Invece Curzio Malapartc definiva borghese la sua morale e da bandire poiché dannosissima per i giovani. Ma era il 1936 e egli non aveva avuto alcun dubbio a sottoscrivere il “manifesto degli intellettuali fascisti”, Plutarco, nel “Simposio dei sette sapienti” fa dare da alcuni di questi definizioni differenti sulle qualità più importanti per un egemone o per uno stato. Sono da ricordare le affermazioni di Chilone per cui lo stato migliore è “quello in cui si dà più ascolto alle leggi che non a chi è bravo nel parlare” Invece afferma Talete che è “quello in cui non ci sono cittadini troppo ricchi nè cittadini troppo poveri”. Solone afferma: “Cura la tua buona educazione in maniera più fedele al tuo giuramento”. Oppure “Impara ad ubbidire ed imparerai a comandare”. O ancora “Ai cittadini non consigliare ciò che piace, ma ciò che è la cosa migliore”. Ma Pittaco in quel simposio afferma anche: “Insaziabile è il profitto”. Con Plutarco si consolida un sapere di tipo etico che diventa anche sapere di tipo oggettivo e razionale che pone al di sopra dello stesso la filosofia. Ecco Plutarco è filosofo. E la filosofia era l’amicizia per il sofos, discorso, studio, discussione, dibattito, riflessione”. Ed egli ritiene che i politici non hanno base filosofica e spesso sono più lontani dalla filosofia degli uomini comuni “perché essa è indispensabile per una politica corretta ed efficace”. Ed il politico deve giovarsi del filosofo nel governo della cosa pubblica e l’egemone che non accetta i consigli del filosofo è ignorante o stolto e perciò pernicioso per la cosa pubblica. Ci ricorda anche il vano tentativo di Platone di distogliere Dionisio di Siracusa dalla tirannide. Nelle società semplici di allora “la stupidità….trattiene i deboli, gli umili ed i semplici dal commettere errori” mentre “c’è il rischio che chi è in grado di fare ciò che vuole possa volere ciò che non si deve”. Ma Plutarco ha un dubbio importante che non sia solo l’ignoranza e la rozzezza a generare comportamenti abnormi da parte dei governanti: “La malvagità stimolata dal potere….trasforma la collera in delirio, l’amore in adulterio, l’ingordigia in sequestro dei beni altrui…” Afferma anche che “le persone incolte e ineducate, quando la buona sorte le porta in alto, elargendo loro fama e ricchezza, subito sono afferrate dalla vertigine del potere e cominciano a precipitare”. Plutarco in effetti era filosofo e pertanto ragionava in quanto tale, non ‘sempre attento o parzialmente attento a ciò che si era svolto prima di lui e durante la sua presenza nel mondo degli uomini. Egli riteneva clic ignoranza e cattivo governo camminassero in simbiosi. Cerio gli esempi di buon governo esercitato da persone di cultura guardando indietro esistevano. Pittaco, Solone, Pericle per non parlare di altri. Alessandro Magno, l’imperatore di Roma Adriano. Ma egli aveva conosciuto anche Nerone cui certamente Seneca aveva instillato cultura e filosofia. Aveva avuto notizie di Caligola e via dicendo. Ma Agatocle di Siracusa, già pretore della città e di una certa cultura nel 316 a.C. il quale fece uccidere tutti i maggiorenti per conquistare la carica di strategos, fu un buon governante? Forse per se stesso. Non può chiamare virtù ammazzare è sua cittadini, tradire gli amici, essere senza fede, senza pietà, senza religione…. […] Oriana Fallaci. Un uomo Un egemone di cultura fu Pericle supportato dalla esperta Aspasia. “Ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece che i pochi. Questa è democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private….Le leggi qui ci assicurano una giustizia uguale per tutti…Anteponiamo il bene pubblico all’interesse privato. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è di buon senso. Noi ad Atene facciamo così”. Discorso di Pericle in Tucidide. Ma quanti Pericle vi sono stati al mondo? Invece tanti, troppi governanti hanno avuto ed hanno interesse solo per il potere e l’oro. L’operetta di Plutarco dunque deve essere rivalutata, ma rivista nel senso che i danni maggiori li provoca la ingordigia di potere e danaro, non solo l’ignoranza o la cultura Teognide a questi uomini o egemoni onusti di oro chiede di riflettere. Questo vale la ricchezza per gli uomini, che nessuno giunge ali ‘Ade con tutte le ricchezze, per quante immense ne abbia, né se pure pagasse un prezzo di riscatto potrebbe sfuggire alla morte, alle gravose malattie e alla funesta vecchiaia che incalza. Teognide. Elegie

Mario Colella

Ignoranza del potere e potere dell’ignoranza

Per la stringente attualità del tema, il principe ignorante tratteggiato con fine ironia da Plutarco è un tiranno privo di una reale conoscenza dell’ars politica, tuttavia abile a costruire consenso sulla propria immagine
attraverso una volgare ostentazione di potere e ricchezza, convinto che lo scopo di detto potere ed il modo migliore per esercitarlo sia di fare quello che meglio aggrada senza dover render conto a nessuno.
La risposta alla domanda perché sempre più spesso prevalgano politici disonesti ed ignoranti va ricercata nel principio machiavelliano del “riscontro” nel senso di saper adattare la condotta politica ai tempi: “Io ho considerato più volte come la cagione della cattiva e della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del procedere con i tempi, ….perché gli uomini nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con rispetto e cautela…E se nell’uno e nell’altro di questi modi si passano i giusti limiti…nell’uno e nell’altro si erra”. (Discorsi, III. 9). Proprio per aver dimenticato siffatto principio, non averne capito appieno il significato,
ovvero non essere stati in grado di applicarlo alla lettera, i politici italiani si sono dimostrati incapaci di contrastare le nefaste esperienze di corruzione vissute in Italia. In molti casi, la sconfitta è – infatti – dipesa dall’incapacità di adottare una strategia adeguata ai tempi e da una mancanza di saggezza derivata dal fatto che solo pochi conoscono veramente la storia ed in particolare quella d’Italia. Come ha insegnato Machiavelli, un uomo politico che ha contezza del passato storico del proprio Paese è meglio attrezzato a capire tempi e circostanze: “è facil cosa, a chi esamini con diligenza le cose passate, prevedere le future, e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati o, non trovandone, pensarne de nuovi, per la similitudine delle circostanze. Ma perché queste considerazioni sono neglette, o non intese da chi legge, o, se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi eventi tragici in ogni tempo” {Discorsi, I. 39).
A poco più di 150 anni dall’ Unificazione Nazionale e nel bel mezzo di una crisi economica ed etico – politica senza precedenti nella storia della nostra democrazia repubblicana, è dunque doveroso indagare sull’ignoranza dei politici nostrani.
Appare – infatti – evidente come, nell’odierna realtà politica, riescano a “primeggiare” solamente quei soggetti affermatisi attraverso maggiori spregiudicatezze populistiche ed inenarrabili menzogne, E’sconvolgente
osservare come taluni personaggi di potere del nostro tempo abbiano voluto di punto in bianco dedicarsi alla “res publica” senza avere la benché minima percezione delle iniziative da assumere nell’interesse della
collettività, avendo – invece – come unica precipua finalità la creazione di clientele e la costruzione di una rete di potere personale funzionale al mantenimento di privilegi. In quello che alcuni hanno ipocritamente definito ”HI teatrino della politica” è possibile rendersi conto di come sia stato un gioco da ragazzi inquinare e sporcare questa nobile arte, manipolando le menti di soggetti non sufficientemente preparati sotto l’aspetto
politico e culturale. E’del tutto ovvio che l’ignoranza delle classi dirigenti chiami immediatamente e direttamente in causa la responsabilità di tutti.
Nel momento in cui una buona fetta della collettività abbia deciso di farsi – suo malgrado – rappresentare da loschi figuri avidi, meschini ed ignoranti in grado di trasformare la politica in mera gestione di affari e potere
per fini di arricchimento personale o di gruppo, bisogna a ragion veduta parlare di comportamenti sciatti, superficiali ed irresponsabili. Non bisogna affatto lamentarsi se la povertà è aumentata, la disoccupazione sta dilagando, l’emigrazione non riesce ad arrestarsi, la sanità si trova allo sfascio ed il futuro è sempre più cupo ed incerto in presenza di politici che, anziché inseguire piattaforme socio-economiche di avanguardia,
abbiano – al contrario – sposato modelli finalizzati all’adorazione di “guitti e scosciate“, ovvero concretizzato situazioni di “inconsapevolezza o di non sospetto circa i motivi di presunti atti anonimi di generosità ” derivanti da compravendita di case, storno di fondi neri a proprio favore, pagamento di vacanze.
Persino Gramsci si era a suo tempo domandato se in Italia sussistessero realmente condizioni atte a creare una volontà politica collettiva, affermando che una preparazione culturale fosse da ricercare “nell’esistenza di gruppi sociali urbani, convenientemente sviluppati nel campo della produzione industriale che avessero raggiunto un determinato livello di cultura storico-politica”. Del resto, proprio la lezione di Roberto
Benigni nella trasmissione televisiva “La più bella del mondo” ha aperto uno squarcio su di una realtà ignota non solo alla gran parte dei cittadini, ma anche a molti di coloro che, investiti di cariche pubbliche, hanno dimostrato scarsa conoscenza della Carta Fondamentale pur avendo giurato sulla stessa fedeltà alla Repubblica. Sull’opinione pubblica, la grande eco del discorso è stata una sorta di test ricognitivo sulla scorta di quella che in Germania suole tradizionalmente definirsi Wìllezurverfassung, ossia “volontà di Costituzione” destinata a tradursi in “lotta per la (piena applicazione) della Costituzione”.
Altro duro colpo alla classe politica nazionale è stato anche inferto dalle Jene che, attraverso interviste a deputati e senatori di quasi tutti i Partiti, hanno offerto la desolante dimostrazione che di bypartizan esiste solo l’ignoranza costituzionale.
Nella passata Legislatura, a dir poco terrificanti sono stati i venti secondi di anarchia linguistica del deputato leghista Eraldo Isidori che, prendendo la parola alla Camera, si era così espresso “il carcere è un penitenziario, non è un villaggio di vacanza. Si deve scontare la sua pena prescritta, che gli aspetta. Lo sapeva prima di fare il reato. Io ritengo come Lega di non uscire prima della sua pena erogata”. Una personalissima ricetta politica ai fini del pieno sviluppo democratico è stata altresì data dal barone Vitantonio Colucci, candidato a Sindaco di Monopoli, che ha testualmente affermato:” invito tutti i giovani di Monopoli a trovare un lavoro stabile ed a matrimoniarsi per fare figli perché così facendo si crea una vera democrazia”. E, siccome ci troviamo in un Liceo, quando si parla di gaffe dei politici il pensiero corre veloce all’ex Ministro
della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini, che nella lettera indirizzata nel 2011 ai maturandi aveva avuto modo di precisare che all’esame di maturità del 1992 aveva scelto il tema letterario su Palazzeschi ed i Crepuscolari, tuttavia confondendo Fogazzaro con Corazzini. Analoga gaffe durante una discussione in Senato, ove l’esponente politico in questione aveva affermato “il libro bianco scritto sotto l’egida del Governo Prodi “per poi correggersi solo dopo il boato scatenato dall’opposizione per l’accento erroneamente posto. L’ultima “scelleratezza linguistico-concettuale” partorita dall’interessata è stata davvero spettacolare e
merita di essere ricordata. Tutto è stato originato da una Dichiarazione pubblicata sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca il 23 settembre 2011 ove, a proposito dell’esperimento fatto dal CERN dì Ginevra in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, si precisava che il superamento della velocità della luce rappresentava una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo e che alla costruzione del tunnel tra il CERN ed i laboratori del Gran Sasso Italia aveva contribuito con uno stanziamento stimabile intorno ai 45 milioni di euro. Parole chiare e inequivocabili, secondo le quali un tunnel di settecentotrenta chilometri, realizzato dalla Svizzera all’ Abruzzo, avrebbe addirittura trapassato mezza Italia. Al nostro cospetto, quei poveretti degli Svizzeri che stanno tribolando per costruirne al San Gottardo uno lungo appena 57 chilometri e quei “fessacchiotti” di Francesi ed Inglesi che avevano molto penato per costruire 50 chilometri di galleria sotto la Manica sarebbero dei veri e propri dilettanti.
E, da ultimo, l’epica gaffe di Antonio Razzi, Senatore Pdl appena nominato segretario della Commissione Esteri del Senato “Tzipi Livni? L ‘ho conosciuta al Senato, è il Ministro per quanto riguarda gli immigrati”, ha
detto a Radio24 ospite della trasmissione “La Zanzara“, evidentemente confondendo il neo Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge col predetto Ministro della Giustizia del governo israeliano. Ed ai conduttori che
gli hanno fatto notare l’errore, si è poi giustificato dicendo :”siccome ha un nome strano… io non è che mi ricordo tutti questi nomi”. Nel suo solito italiano surreale Razzi – secondo il quale la capitale del Sudafrica è
Johannesburg anziché Pretoria – si è inoltre dichiarato soddisfatto del nuovo incarico: “ho avuto questa nomina, – ha riferito – perché ho vissuto sempre all’estero, conosco i problemi che ci sono e sono stato anche in Uganda. Le mie mansioni? Guardare i verbali, guardare le votazioni, scrutinare quando ci sono degli argomenti da votare, ci sono parecchie cosettine. Non è che abbiamo la zappa in mano, eh”. Et de hoc satis!!

Ciro Manzi